Idrogeno: la giusta via del futuro

Posted by fernando | Posted in Chimica-Fisica, Scienza-Ricerca | Posted on 02-08-2009

Idrogeno,la giusta via del futuroIl combustibile alternativo ottenuto dall’idrogeno, potrebbe avere una “via italiana“, basata su acqua e laser. I nostri scienziati sono riusciti ad ottenere idrogeno da acqua, carbonio e azoto bombardato da un laser. Le condizioni per realizzare questo processo sarebbero legate all’alta pressione. Gli studiosi hanno dimostrato che, aggiungendo all’acqua monossido di carbonio e azoto e colpendo il tutto con un raggio laser a pressione di 1000 atmosfere, si produce idrogeno.

Il procedimento è in fase di studio ed è molto promettente. Intanto dall’Europa arrivano circa 140 milioni di euro per la ricerca sull’idrogeno. Circa 70 da parte della Commissione Ue e altrettanti da parte di una sessantina di aziende europee. L’obiettivo è anticipare di 2-5 anni la diffusione delle nuove tecnologie all’idrogeno, prevista tra il 2010 e il 2020, accelerare l’ingresso sul mercato di batterie ecologiche per automobili e strumenti elettronici e di fare dell’Europa un continente all’avanguardia nelle tecnologie pulite.

Per questo dalla Commissione Ue è stato emesso un bando di ricerca tra pubblico e privato, il cui budget totale ammonta a un miliardo di euro da investire entro il 2014. I gruppi di ricercatori interessati hanno tempo fino al 15 ottobre 2009 per partecipare alla gara. Le proposte vincenti saranno selezionate entro il marzo dell’anno prossimo.

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Diatomee e alghe, cocktail di Dna

Posted by fernando | Posted in Biologia, Scienza-Ricerca | Posted on 29-06-2009

algheBen oltre 3.000 geni delle diatomee, le alghe unicellulari dagli elaborati e spettacolari gusci di silice, sono un “regalo” di altre  alghe, rosse e verdi. La scoperta, riportata su Science, indica che durante la loro storia evolutiva questi organismi hanno reclutato pezzi di Dna da entrambi i maggiori gruppi di alghe esistenti grazie all’endosimbiosi, il fenomeno per cui una cellula acquisisce in modo permanente un organello prima estraneo.

Che le alghe rosse abbiano contribuito al genoma delle diatomee era già noto: persino i plastidi, gli organelli che ne permettono la fotosintesi, sono una loro eredità. La novità, inaspettata, consiste nell’aver scoperto che anche le alghe verdi hanno contribuito al cocktail, con più geni di quelle rosse (oltre 1.700) e, soprattutto, in un tempo ancora più remoto. Infatti, partendo dal presupposto che le diatomee devono la loro capacità fotosintetica alle alghe rosse, era logico aspettarsi sequenze provenienti da queste. Oltre il 70 per cento dei loro geni (e circa il 16 per cento i quelli che si esprimono in proteine), invece, sembra derivare dalle alghe verdi.

Di certo, il quadro si sta complicando. Ahmed Moustafa dell’Università dell’Iowa (Usa), primo autore dello studio, ha ottenuto questi risultati comparando migliaia di geni delle diatomee Thalassiosira e Phaeodactylum a centinaia di sequenze di altre alghe e organismi, trovando che la prima possiede 3.500 geni algali e la seconda almeno 3.700. Secondo Moustafa è possibile che nelle diatomee l’endosimbionte ancestrale sia stato un’alga verde e che un altro evento endosimbiotico abbia determinato la sua sostituzione con un’alga rossa.

Altra cosa certa è che lo studio dell’evoluzione degli eucarioti attraverso il loro patrimonio genetico accredita sempre più la teoria dell’evoluzione per endosimbiosi. Grazie a questo fenomeno una cellula o un organello cellulare può entrare a far parte di un’altra cellula. Secondo la teoria più accreditata, l’endosimbiosi è all’origine della comparsa degli stessi mitocondri e plastidi, cui si deve la capacità fotosintetica nelle piante.

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Tbc: pochi fondi per nuove terapie

Posted by fernando | Posted in Biologia, Politica-Informazione, Scienza-Ricerca | Posted on 22-06-2009

L’Italia investe poco e male. La denuncia in un rapporto presentato oggi da Msf e Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria sociale dell’Università Luigi Bocconi.

Poco più di 31 milioni di euro, pari al 7,27 per cento del totale dei fondi destinati alla ricerca. E’ quanto ha investito l’Italia, nel 2007, in ricerca e sviluppo di nuove terapie contro la tubercolosi e le altre malattie tropicali cosiddette “neglette”. Una cifra irrisoria se paragonata alle entrate reali del nostro paese e alle esigenze di finanziamento a livello globale. Tanto più che la malattia, tutt’altro che debellata, è tornata a fare capolino nelle nazioni più industrializzate con pericolose forme di resistenza e che le terapie e gli strumenti per diagnosticarla sono ormai obsoleti. La denuncia è contenuta nel rapporto “Tubercolosi: omissione di soccorso. L’impegno per gli investimento nella ricerca e lo sviluppo di nuove terapie contro una malattia globale”, presentato oggi a Roma da Medici senza frontiere e dal Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria sociale (Cergas) dell’Università Luigi Bocconi e incentrato sulle fonti di finanziamento messe in campo in Italia per l’avanzamento della ricerca contro Tbc, malaria e malattie dimenticate.

Con quasi 2 milioni di morti l’anno e oltre 9 nuovi casi di contagio, molti dei quali multi resistenti, la Tbc è ancora una vera emergenza sanitaria. “La situazione più critica resta quella dell’Africa sub-sahariana, con 300 persone ogni 100 mila abitanti colpite da Tbc, anche se l’Asia preoccupa per numero assoluto di casi e per aumento della farmaco resistenza”, spiega Matteo Zignol, del dipartimento Tb dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). “Lo strumento diagnostico usato, l’esame microscopico del campione di espettorato, è lo stesso di 130 anni fa e anche il trattamento è affidato ad antibiotici sviluppati diversi decenni fa. Nel mondo 500 mila pazienti non hanno benefici dai farmaci utilizzati, e una buona parte arriva dall’Est europeo. Un dato allarmante, se si tiene conto del flusso migratorio verso l’Italia”.

Per tutta risposta, a fronte di un problema che non riguarda più solo i paesi in via di sviluppo, la ricerca è del tutto insufficiente. A livello globale vengono investiti per la Tbc 482 milioni di dollari e solo l’1,3 per cento dei nuovi farmaci immessi sul mercato tra il 1975 e il 2004 era mirato alle malattie dimenticate, tre di questi per la Tbc. Andando a vedere i numeri italiani, il governo italiano destina alla ricerca 427,8 milioni di euro, tra cui rientrano 46,8 milioni di euro derivanti dal 5X1000. Già di per sé poco, sottolinea il rapporto, se paragonato ai 171 milioni di euro investiti nel 2006 dalle fondazioni bancarie e agli 1,07 miliardi di euro allocati dalle farmaceutiche.

Se si considerano poi i fondi destinati alla ricerca sulle malattie infettive (Tbc e malattie dimenticate), la cifra del Ministero del Lavoro, salute e politiche sociali per il 2007 ammonta a circa 31 milioni di euro ma di tali finanziamenti, allocati come voce a bilancio, non è dato sapere se siano stati realmente spesi. Tra le altre fonti di finanziamento pubblico, l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) nel 2007 ha stanziato fondi per circa 131 mila euro. Se guardiamo all’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), invece, dei 35,5 milioni di euro destinati nel 2006 alla ricerca indipendente sui farmaci attraverso un fondo ad hoc, alla tubercolosi e alle altre malattie dimenticate sono andati poco più di 173 mila euro (35.850 euro alla “Fondazione del Monte Tabor – Ircss San Raffaele” e 137.300 all’Istituto per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”). Limitate invece le informazioni sui finanziamenti del Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca (Miur). Nel triennio 2007-2010 ha finanziato il Cnr per 406 mila euro per la realizzazione di una piattaforma diagnostica nanotecnologica per test clinici nel campo delle malattie infettive, a cui si aggiungono 57 mila euro per uno studio strategico per la costruzione di un vaccino antitubercolare di tipo regionale e altri 24 mila, erogati nel 2006, per una ricerca di micro-Rna in isolati clinici di Mycobacterium tubercolosis di pazienti con Tb farmaco-resistente.

Al di là delle cifre troppo esigue destinate alla ricerca contro la Tbc, Msf mette in evidenza i problemi riscontrati nell’analisi del sistema di finanziamento italiano, a causa della frammentazione delle fonti e per l’assenza di sistema informativo che contenga i dati degli erogatori e i progetti finanziati. Dal momento che non esistono fondi dedicati appositamente a ognuna di queste malattie, si legge nel rapporto, è difficile stabilire quale parte del budget totale annuale destinato alla ricerca venga speso in tale settore. Per questo vengono proposti meccanismi di finanziamento alternativi che garantiscano lo sviluppo di farmaci, strumenti diagnostici e vaccini accessibili a tutti. Tra questi, i prize funds, o fondi premio, che prevedono una ricompensa finanziaria al termine del processo di sviluppo attraendo così diversi attori, commerciali e non. Il vincitore di questi fondi inoltre metterà il prodotto sul mercato in modo accessibile ai paesi in via di sviluppo e fornirà licenze ad altri produttori. In particolare, Msf chiede l’istituzione di un fondo premio per un test nel point of care (cioè nel punto più vicino possibile a dove risiede il paziente). L’85 per cento dei pazienti affetti da Tbc, infatti, cerca le cure in cliniche piccole dove non è possibile effettuare il test diagnostico o dove l’unico test disponibile è l’esame dell’espettorato, che identifica solo il 66 per cento dei casi ed è inutile per i bambini e per chi è affetto da Hiv.

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KOBIAN, il robot che esprime emozioni

Posted by fernando | Posted in Newtech, Scienza-Ricerca | Posted on 26-05-2009

Esprime emozioni?!? Converte codice in mimica casomai!

KOBIAN, un androide sviluppato da un team di ricerca della Waseda University capace di esprimere in modo visibile e naturale emozioni quali delizia, sorpresa, tristezza e disgusto, utilizzando il linguaggio del corpo oltre alle espressioni facciali. Il tema è tanto affascinante quanto sconcertante. Questo androide per ora riesce a “mimare” qualche emozione,è lontano anni luce dal sapere cosa sono,ma perchè? Naturalmente perchè non è in grado di sentire ciò che esprime. Nel  mostrare tristezza, dentro di lui non accade nullaesegue un programma impostato.

Ma cosa succederebbe se fosse stato dotato di un I.A. in grado di apprendere? Sarebbe sempre molto lontano dal sentire,ma forse saprebbe capire quando e come reagire in base alle diverse situazioni. Perchè una macchina non può sentire ciò che esprime?  E’ una domanda da  ”debito pubblico italiano”!  :D    Sarà che “manca di biologia”? Certo dipinto di bianco, qualche centesimo come mimo lo raccimulerebbe nelle piazze. Tranquilli, ”SKYNET” è ancora molto lontano.

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Invecchiamento: la proteina HIF, l’Alzheimer e la Corea di Huntington

Posted by fernando | Posted in Biologia, Chimica-Fisica, Scienza-Ricerca | Posted on 07-05-2009

Rallentare l'invecchiamento dal verme all'uomoLa reazione protettiva delle cellule di condizioni di scarsità di ossigeno, denominata risposta ipossica, è stata studiata approfonditamente in un verme nematode da un gruppo di ricercatori dell’Università di Washington (UW). Si è così scoperto che esso è
in grado di vivere più a lungo se il suo corredo genetico permette alle cellule di avviare la risposta ipossica anche in condizioni di ossigenazione normali. Inoltre,
non solo il verme vive più a lungo, ma è anche relativamente meno esposto all’accumulo di proteine tossiche via via che l’animale invecchia.

L’aggregazione di proteine tossiche, ha spiegato Matt Kaeberlein, docente di patologia della UW, viene riscontrata anche negli esseri umani, nel cervello di persone affette dalla malattia di Alzheimer o dalla Corea di Huntington e in numerose altre patologie degenerative che colpiscono in particolare nella vecchiaia.

Per questo motivo, la definizione dei meccanismi cellulari in grado di prevenire l’accumulo di tali proteine in un organismo semplice può consentire di individuare, anche nel caso dell’essere umano, nuovi bersagli terapeutici per patologie devastanti.

La scoperta è venuta durante l’analisi dei meccanismi grazie ai quali la restrizione dietetica è in grado di rallentare l’invecchiamento dei vermi nematodi, come già dimostrato in molte altre specie quali le mosche o i topi. Lo stesso gruppo di Kaeberlein aveva dimostrato in passato una correlazione inversa tra la restrizione calorica e l’aggregazione di proteine tossiche proprio nel nematode.

Con sorpresa, tuttavia, gli esperimenti di genetica hanno mostrato che la risposta ipossica è correlata alla longevità secondo meccanismi fisiologici differenti sia rispetto alla restrizione dietetica sia rispetto alla risposta insulinica. “Resta in piedi l’ipotesi – ha commentato Kaeberlein – che i meccanismi che ora vediamo come distinti possano rivelarsi il frutto di un unico processo fisiologico più profondo, ma per questo dobbiamo attendere i risultati degli studi futuri.”

Il fattore chiave che controlla la risposta ipossica è denominato HIF, a sua volta regolato da una proteina nota come VHL-1, che “etichetta” le HIF che devono essere distrutte dai meccanismi cellulari. Questo sistema mantiene spento il processo della risposta ipossica in condizioni normali.

Ibridando questi vermi con quelli incapaci di produrre la VHL-1, i ricercatori sono riusciti a indurre la persistenza dell’HIF anche in presenza di sufficienti livelli di ossigeno, constatando come tale condizione determinasse una sopravvivenza maggiore del 30 per cento rispetto al normale.

Gli autori sottolineano inoltre come i meccanismi della risposta ipossica siano molto ben conservati dai nematodi all’uomo, il che lascia ben sperare per la possibilità, un giorno, di rallentare l’invecchiamento anche nell’essere umano.

fonte:  lescienze.espresso.repubblica.it
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Una nuova medicina: la medicina rigenerativa

Posted by fernando | Posted in Biologia, Chimica-Fisica, Scienza-Ricerca | Posted on 06-05-2009

medicina rigenerativaLa medicina rigenerativa è quella branca che si occupa di strategie terapeutiche finalizzate alla riparazione di tessuti del corpo umano danneggiati da eventi traumatici o da malattie che provocano la distruzione o la disfunzione permanente di parti dell’organo colpito. In questi ultimi anni, grazie proprio agli studi sulle cellule staminali, la medicina rigenerativa ha avuto un grande sviluppo, anche nel settore delle cosiddette “ricerche di base”, intendendo con questo termine quegli studi sperimentali che si propongono di chiarire i meccanismi molecolari alla base dei processi biologici mediante i quali le cellule svolgono le loro funzioni.
Per quel che riguarda le cellule staminali, la ricerca si sta adoperando per dare risposta ad alcuni importanti interrogativi in gran parte non risolti, tra cui la possibilità di individuare gli stimoli che le spingono a cambiare “volto” e a diventare cellule completamente diverse per poter sostituire il tessuto danneggiato.
La comprensione di questo processo, che prende il nome di differenziamento cellulare, rappresenta oggi per il ricercatore uno dei principali scogli da superare, specialmente quando tale processo è riferito all’apparato cardiovascolare. Sono passati solo sei anni dalla rivoluzionaria pubblicazione sulla rivista Nature del gruppo del professor Piero Anversa di New York che, con grande stupore di tutti, annunciava che il cuore infartuato poteva essere rigenerato mediante applicazione, e successivo differenziamento, di cellule staminali provenienti dal midollo osseo. Questa grande scoperta ha dato impulso a numerose ricerche per comprendere e migliorare le condizioni che possono portare al completo successo della terapia rigenerativa a livello cardiaco. Purtroppo, però, aldilà di questi primi incoraggianti risultati, non si è ancora trovata una strategia che, a partire dalle cellule staminali, ridia al cuore infartuato la possibilità di contrarsi efficientemente e in maniera tale da garantire a tutti i distretti del corpo un’adeguata perfusione sanguigna. Il cuore, infatti, a differenza di altri organi, è estremamente esigente, consuma molta energia e richiede un livello di specializzazione strutturale tale da rendere veramente arduo questo compito richiesto alle cellule staminali.

È questa quindi la grande sfida per i ricercatori del settore: manipolare le cellule staminali in modo da ottenere cellule cardiache mature, funzionanti e in grado di stabilire tra loro contatti e rapporti tali da sviluppare sinergicamente una forza propulsiva che garantisca ininterrottamente l’erogazione di quasi diecimila litri di sangue ogni giorno!

Cellule staminali:intervista al direttore della Beike Europe

Il Sig. Gianni Demarin, direttore della Beike Europe, parla dell’impiego di cellule staminali in Cina, per la cura di malattie neurodegenerative come la sclerosi multipla (e del perché non lo fanno parlare in televisione).

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A RISCHIO IL MONITORAGGIO DI VESUVIO E CAMPI FLEGREI

Posted by fernando | Posted in Politica-Informazione, Scienza-Ricerca | Posted on 27-04-2009

osservatorio_vesuvianoIl monitoraggio dei vulcani attivi del sud Italia viene messo a rischio a causa di una proposta di decreto legge che prevede il licenziamento del personale precario entro 120 giorni dalla sua entrata in vigore.

Questa proposta di legge, che mira ad eliminare il lavoro precario presso tutte le pubbliche amministrazioni, coinvolgerebbe anche il personale in forza a tutti gli enti di ricerca. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e la sua sezione di Napoli, “Osservatorio Vesuviano” sarebbero duramente colpiti in quanto circa la metà del personale ha un contratto di natura precaria.

L’Osservatorio Vesuviano, oltre alle attività di ricerca in campo geofisico e vulcanologico, svolge attività di sorveglianza H24 sui vulcani attivi ad elevato rischio quali Vesuvio, Campi Flegrei e Stromboli. A tale scopo sviluppa e gestisce una fitta rete di strumenti per la rilevazione di terremoti, deformazioni del suolo, variazioni termiche e di composizione dei fluidi. I dati registrati da queste reti sono di fondamentale importanza per definire lo stato di pericolosità dei vulcani ai fini della protezione delle popolazioni a rischio.

La gran parte delle attività di monitoraggio, sorveglianza e manutenzione delle reti viene attualmente garantita da personale con contratto a tempo determinato, i cosiddetti precari. Senza il contributo di questi, tali attività verrebbero seriamente compromesse con conseguenze facilmente immaginabili sulla sicurezza dei cittadini in caso di crisi eruttive.

Il ricorso al personale a tempo determinato è stato necessario vista l’impossibilità di assumere nuove unità. Nel frattempo i precari hanno assunto un ruolo fondamentale per i fini istituzionali dell’INGV contribuendo alla crescita scientifica e tecnologica dell’ente. Con questo decreto si cancellerebbero istantaneamente centinaia di professionalità che lavorano tutti i giorni, a volte in emergenza, senza orari di lavoro definiti e spesso in condizioni di pericolo.

In un Paese particolarmente esposto alle catastrofi naturali la perdita di questo personale qualificato, o peggio la loro necessaria fuga verso l’estero, è a tutti gli effetti la perdita di una inestimabile ricchezza sia in termini economici che di conoscenze ed esperienze acquisite.

Cosa accadrebbe, quindi, se tutto il personale precario dell’INGV venisse licenziato?

fonte:  INGV.it

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Ricerca genetica: scoperto il gene ” p63 ” responsabile delle metastasi

Posted by fernando | Posted in Biologia, Scienza-Ricerca | Posted on 22-04-2009

Si chiama p63 il gene capace di sbarrare la strada alla diffusione delle metastasi. La scoperta - pubblicata su “Cell” - è opera di due gruppi di ricerca guidati da Stefano Piccolo, docente del dipartimento di Biotecnologie mediche dell’Università di Padova, e da Silvio Bicciato, del dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Gene p63 attiva cellule tumorali

Come ogni processo biologico, anche le metastasi rispondono a segnali di accensione e spegnimento dettati da decine, forse centinaia, di geni. Un sistema che non è però specifico dei tumori, ma è patrimonio delle cellule embionali che durante la costruzione degli organi, vengono attivate a migrare da speciali segnali ormonali. Le cellule tumorali metastatiche non fanno altro che riattivare questo programma: la cellula maligna abbandona il tumore primario, entra nel sistema circolatorio e raggiunge altri organi dove inizia a replicarsi, determinando la condanna a morte.

Ora il team di ricercatori italiani ha capito in che modo gli stimoli encogenici erodono e indeboliscono le proprietà antimetastasi del gene p63.

Questo gene svolge un ruolo importante nelle cellule staminali di molti organi - spiega Piccolo -. Se p63 viene perso da una cellula sana non si crea alcun danno se non la morte di quella cellula. Al contrario, se a perderlo è una staminale tumorale, allora si ha una metastasi. Già, ma è possibile sapere a priori se le neoplasie svilupperanno metastasi? A questa domanda ha risposto il gruppo di Bicciato, individuando dei geni indicatori capaci di rivelare la presenza o meno del gene p63. l’impiego clinico di queste nuove “spie molecolari” - dice il ricercatore - consentirà nel breve periodo di scegliere una cura migliore, più personalizzata, mentre nel lungo periodo si potrà studiare una nuova classe di farmaci, che abbiano come bersaglio il gene p63.

fonte:  Sole24Ore
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Prevenzione: Nuovo design di costruzione resistente ai terremoti

Posted by fernando | Posted in Politica-Informazione, Scienza-Ricerca | Posted on 19-04-2009

 

Simulazione con nuove travi in fibra d'acciaio

Simulazione con nuove travi in fibra d'acciaio

L’università del Michigan ha simulato un terremoto in un laboratorio mettendo alla prova la loro nuova tecnica per il rinforzo delle costruzioni in cemento armato dei grattacieli. Questa tecnica messa alla prova, resiste molto di più alle scosse e ai movimenti tipici ai quali i terremoti sottopongono i palazzi. Gli ingegneri hanno usato il calcestruzzo a fibra rinforzata d’acciaio altamente fluido,  per sviluppare un migliore tipo di trave che richiede meno rinforzo ed è più facile da costruire

“Abbiamo simulato un terremoto che va oltre la gamma massima plausibile  e la nostra prova ha avuto successo.  Le nostre travi in fibra rinforzata si sono comportate come prevedevamo, meglio delle travi attualmente in uso”, dice James Wight, il professore  del Dipartimento U-M di Ingegneria Civile ed Ambientale Frank E. Richart Jr.

Gli ingegneri prevedono che questi tipi di trave vengano fusi fuori dal cantiere e poi consegnati. Al giorno d’oggi, i costruttori fabbricano le travi e gli scheletri d’acciaio  pezzo per pezzo, mentre stanno costruendo i grattacieli.

“Le crepe sono più strette perché le fibre le tengono insieme”, dice Parra-Montesinos. Le fibre sono di lunghezza circa un pollice e circa la larghezza di un ago. 

Per quantificare i risultati, hanno misurato la deriva della costruzione, che è il moto alla cima della costruzione rispetto al moto alla base. In un grande terremoto, una costruzione ha potuto sostenere una deriva dell’ 1 - 2 %. La struttura di U-M ha resistito facilmente ad una deriva del 3 %. Le nuove travi possono fornire un modo più facile, più economico, più forte per rinforzare le costruzioni nelle zone a richio terremoto.

Questa ricerca è costituita dal fondo National Science Foundation nell’ambito della rete per il programma di simulazione dell’Ingegneria del Terremoto…che in italia non c’è, se mi permettete. Io sono ABRUZZESE; non dico altro sennò divento aggressivo…

fonte: www.sciencedaily.com
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Elettronica: Nuovo passo verso il “Quantum Computer”

Posted by fernando | Posted in Informatica, Newtech, Scienza-Ricerca | Posted on 19-04-2009

Quantum Computer

L’elettronica moderna è basata sulle cariche elettriche: Se una cellula di memoria ha una carica elettrica, rappresenta “un 1″ logico; se non è presente nessuna carica,   è “uno zero” logico. Tuttavia, gli elettroni  intorno proprio asse, producono un campo magnetico, simile alla terra.

In collaborazione con i colleghi da Dortmund, i fisici di Washington e di St Petersburg, Ruhr-Universität Bochum ora sono riusciti a controllare ed allineare la rotazione dell’elettrone (SPIN).  La rotazione dell’elettrone può essere allineata in qualunque momento facendo uso degli impulsi ottici.Questa rotazione può essere accelerata o decelerata applicando un campo magnetico esterno.  Se queste possibilità molteplici fossero usate come trasportatori di informazioni, sarebbe possibile memorizzare molte più informazioni che appena “0″ e “1″ con un elettrone. Inoltre gli elettroni adiacenti potrebbero essere spostati in varie configurazioni, perché esercitano le forze uno verso l’altro nello stesso modo come due magneti. Questo fenomeno fornirebbe una base sensibilmente più complessa per l’immagazzinamento e l’elaborazione di dati. Anche una quantità piccola di questi pezzi di quantum (qubits), permetterebbero calcoli estremamente complessi. Nei loro studi, i fisici riuscivano non solo nell’allineamento della rotazione dell’elettrone ma anche a girarlo otticamente facendo uso di un impulso laser. Questo è il primo punto importante verso  l’affermazione dei qubits.

“Il fattore interessante  è che questi elettroni sono inclusi in organismi solidi, in modo da non aver più bisogno di complesse apparecchiature ad alto vuoto e inclusione di luce su tutti i lati” dice il prof.  Wieck. Il vuoto estremamente alto è richiesto soltanto durante la produzione del “punto di quantum“; dopo che il sistema a semiconduttore è sigillato contro l’ingresso dell’aria, ha un tempo di impiego lungo ed è altrettanto affidabile quanto tutti i transistor e cellule di memoria già in uso oggi.

fonte: www.sciencedaily.com
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